La mia prima bici fu una “14”, minuscola, rossa. Ma la compagna delle avventure, delle cadute, delle folli corse per le strade e i vicoli di Spinoso fu una Graziella blu che i miei mi regalarono in quinta elementare.
Un Ronzinante meccanico di ben 16 kg di peso (altro che fibra di carbonio e cambio Shimano!) con cui perlustravo il paese, dribblavo le panchine in ferro battuto della piazza (spesso con Carletto Sabella sul portapacchi, seduto o in piedi), mi impennavo, guidavo senza mani, derapavo su sterrato, mi impuntavo tirando il freno anteriore, e con cui, spesso, mi cappottavo, facendo cross al vecchio campo sportivo. Le vere sfide erano la discesa spericolata lungo la dorsale Chiazza ̶ ’Mpera a Terra, 450 metri di distanza, per un dislivello che va dai 659 a 617 mt slm, e la prova cronometro lungo l’ellisse pianeggiante del Tarallo, ben 1.200 mt. Per fortuna il sedile era imbottito.
Mi sentivo un artista, un Salvador Dalì del pedale. I miei ghirigori erano invisibili, ma davano un’ebbrezza estatica ed estetica. Tutto questo mentre il pittore surrealista degli orologi molli utilizzava la Graziella per traportare, forse provocatoriamente, quadri per Montmartre.
Per me, per tanti, fu la Cinquecento su due ruote. O forse una Giulietta, a cui il nome, Graziella, ammiccava? Molto più prosaicamente il nome era un omaggio a Grazia, una popolare rivista femminile.
Di certo era “Un modo nuovo di essere felici” e liberi. Disegnata dal creativo Rinaldo Donzelli nel 1961, fu commercializzata nel 1964, mandando in soffitta le vecchie bici del dopoguerra. Non aveva genere, innanzitutto, poteva andar bene per tutti, maschi e femmine. E poteva essere utilizzata anche dal papà e dalla mamma. Era robustissima e si poteva piegare per riporla nel bagagliaio di un’auto, per portarla in autobus o su treno. Moderna e flessibile. La Graziella fu un’idea geniale. Doveva essere una bicicletta povera, ma divenne la “Rolls Royce di Brigitte Bardot”, come recitava un fortunato slogan che ebbe per protagonista il sex-symbol di quegli anni. Un modo alternativo di muoversi. Era pratica ed elegante. Una delle tante icone del Made in Italy che fece la fortuna dell’azienda di Teodoro Carnielli (col brand Bottecchia inizialmente) di Vittorio Veneto, ma anche delle altre marche, come Atala, Legnano, Bianchi, che produssero bici simili.
Nella borsettina, attaccata al sedile, non mancavano la pinza, un cacciavite, i dischetti neri e rossi dei Tip top e il mastice. Bucare era all’ordine del giorno, pur se i copertoni da 20” erano robusti. Una pompa era sempre a portata di mano. La manutenzione degli archetti dei freni era cosa nostra. E se il problema era serio, si rompeva un raggio, si frantumava la ghiera del pedale o si spezzava in due il telaio, si andava da un vecchio fabbro, Filippo Scazzazang (mai saputo il cognome), che ci dava una mano.
Lo sfizio era di sera. Quando, con uno scattino, si attaccava la dinamo alla gomma per farla funzionare e illuminare la strada. Più correvi al buio e più vedevi la strada. Il pollice destro era sempre sul campanellino meccanico, col suo metallico cicaleccio. Quella Graziella mi è stata fedele fino a 15 anni. Il sedile era montato su un lungo tubolare, che consentiva di modificare l’altezza, allentando una leva. Ed era arrivato al termine della corsa.
Il mio Ronzinante scese con onore, e tutte le ferite di guerra, in cantina nell’estate del 1977, quando mio padre mi comprò un Beta 4 marce di seconda mano, comprato a Sala Consilina da un suo fornitore. Sembrava una moto giocattolo, per bambini. Manubrio largo e sedile lungo. Pensava così di accontentarmi senza farmi rischiare più di tanto. Ma quel Beta, ahilui (soprattutto ahimè), era truccato. Ed era una scheggia. Ci caddi nel curvone della Forestale. Per fortuna rovinai solo il mio adorato giubbino double-face Samas. Per evitare danni peggiori il babbo, l’anno dopo, mi comprò una Vespa 50 Special, bianca, quattro marce, a Moliterno, da un signore che chiamavano U curiùsə, per 571.000 lire.
E finalmente passai da un veicolo dove il passeggero era anche il motore a un veicolo dove il passeggero disponeva di un motore vero.