Le mie gambe storte, Ovomaltina e Primo Levi

Ero magro, gambe storte come mio nonno Giovanni, rachitico. Bei tempi potrei dire adesso! Che non sono più magro, che non ho più le gambe storte, perché riallineate da un avvolgente adipe. E di certo non rachitico se osservo la sagoma riflessa nello specchio.

Mangiavo poco e odiavo la carne. Quella di vitella in modo particolare. Una soletta che non andava giù e che masticavo fino a farne una poltiglia nervosa. Una tortura.

A dire il vero, neanche il latte, rigorosamente a zuppa, la mattina, mi piaceva. Essendo crudo, di paese, ce lo portavano a casa e bisognava bollirlo, per cui la panna si gonfiava, lasciando straccetti che mi impedivano la deglutizione. Per non dire dell’uovo fresco, da bere, dopo che con la forbicina mia madre aveva bucato le due estremità. Almeno capii alcune basilari leggi fisiche e che il ditino, quello del foro in basso, andava tolto se volevo ciucciare l’albume e il rosso. Quest’ultimo sembrava un polipo che opponeva resistenza. Mi si indolenziva la lingua.

Oltre che rachitico, ero complicato e cacacazzo. Per cui mia madre mi dopava con il Record B12. Sembrava una bibita moderna, futuristica, simile a quella che George e Judy avrebbero potuto incollarsi nella navicella de I pronipoti. Mi garbava quel pulsante rosso da schiacciare. Tagliava la capsula con la polverina miracolosa, che fatalmente cadeva in un liquido rossastro e caramelloso dal vago sentore di amarena. Dopo aver agitato abbondantemente, lo bevevo.

Ma un giorno, mi accorsi della pubblicità di un prodotto fantastico che sembrava essere buono e, soprattutto, mi avrebbe donato muscoli e forza.

“Ovomaltina dà forza”, recitava lo slogan. Contenitore di latta, etichetta arancione, polvere solubile all’interno, dal sapore di cioccolato. E fu la mia salvezza. Almeno per quanto riguarda il latte. Un paio di cucchiaiate lo rendevano più gradevole e ingurgitabile.

Per la bistecca di Ernesto, il nostro macellaio di fiducia, non ci fu nulla da fare. Per quanto buona, fresca, leggera, “se ne volava”, amava dire, non scendeva giù, non riusciva a superare le Colonne d’Ercole dell’esofago. Mia madre fu costretta a dirottare sullo spezzatino nel sugo e sulla salsiccia. Meglio di niente.

Grazie all’Ovomaltina  ̶  quanti barattoli!, ognuno dei quali misurava 8 x 12 cm   ̶   ma anche ai bidoncini di Record B12, scavallai la temuta pubertà che tanto avrebbe potuto inficiare la mia crescita.

L’Ovomaltina, scoprii dopo, aveva una lunga storia che coincideva con la sua commercializzazione nel 1904. Inizialmente era un farmaco prodotto dalla casa farmaceutica fondata da Georg Wander nel 1865. Poi nel 1967 l’azienda fu assorbita dalla Sandoz, quindi venne acquisita dalla Novartis nel 1996.

Nasceva come ricostituente. A fine Ottocento in Svizzera la mortalità infantile era molto alta e c’era bisogno di integratori. Non era destinata solo agli ammalati, agli anziani e ai bambini, ma anche a coloro che soffrivano, in epoca preantibiotica, di monotonia alimentare.

Grande fu il successo, per merito di un’azzeccatissima campagna pubblicitaria, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta (quando appunto portavo i pantaloncini corti), con cui aveva cooptato, nei Caroselli, sportivi di gran fama come il portoghese Eusebio. Persino i fumetti, come Topolino, grondavano di pubblicità.

L’Ovomaltina era composto da malto d’orzo, zucchero, latte scremato, siero di latte, uova fresche, cacao, sali minerali e vitamine. Due o tre cucchiaini in una tazza di latte e…

Poi arrivò il Nesquik della Nestlè, negli anni Novanta e l’Ovomaltina andò in crisi. Ormai non ne avevo più bisogno.

* * *

Post scriptum per curiosi e letterati.

è d’obbligo ricordare che nel 1942 Primo Levi, da chimico, lavorò nello stabilimento italiano della Wander a Crescenzago, nella periferia milanese. Non era stato assunto per produrre l’Ovomaltina, ma per condurre studi sperimentali sul diabete.

A questo fase, che precede la sua deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz, dopo la cattura in Val d’Aosta il 13 dicembre 1943, Levi dedicò la poesia “Crescenzago” (scritta nel febbraio dello stesso anno) e il capitolo “Fosforo” del libro Il sistema periodico del 1975.

Forse l’allontanamento dalla fabbrica, da lì a qualche mese, avvenne perché ebreo (… ancora oggi succede… alcuni datori di lavoro rinunciano a persone eccelse e utili solo per un fatto di ‘pelle’ o ‘religione’…), o per la delusione di Giulia, la donna di cui si era innamorato, ma che aveva preferito un altro. Non sappiamo. Non importa.

“Crescenzago” è poesia ruvida e malinconica. Racconta lo squallore di una periferia industriale, dove il sole fa stupore e il vento rifugge. Le donne non cantano, anzi piangono. Gli operai sono spenti. E una sirena che suona nell’alba è forse presaga di altre albe più tragiche nei recinti spinati ed elettrificati. Unico raggio di luce, e di speranza, l’amore selvaggio, pagato o rubato, in un fosso.

Crescenzago

Tu forse non l’avevi mai pensato,
Ma il sole sorge pure a Crescenzago.
Sorge, e guarda se mai vedesse un prato,
E non li trova, e con il viso brutto
Pompa vapori dal Naviglio asciutto.
Dai monti il vento viene a gran carriera,
Libero corre l’infinito piano.
Ma quando scorge questa ciminiera
Ratto si volge e fugge via lontano
Che il fumo è cosi nero e attossicato
Che il vento teme che gli mozzi il fiato.
Siedon le vecchie a consumare l’ore
E a numerar la pioggia quando cade.
Della polvere spenta delle strade,
E qui le donne non cantano mai,
Ma rauco e assiduo sibila il tranvai.
A Crescenzago ci sta una finestra,
E dietro una ragazza si scolora.
Ha sempre l’ago e il filo nella destra,
Cuce e rammenda e guarda sempre l’ora.
E quando fischia l’ora dell’uscita
Sospira e piange, e questa è la sua vita.
Quando nell’alba suona la sirena
Strisciano fuor dai letti scarmigliati.
Scendono in strada con la bocca piena,
Gli occhi pesti e gli orecchi rintronati;
Gonfian le gomme della bicicletta
Ed accendono mezza sigaretta.
Da mane a sera fanno passeggiare
La nera torva schiacciasassi ansante,
O stanno tutto il giorno a sorvegliare
La lancetta che trema sul quadrante.
Fanno l’amore di sabato sera
Nel fosso della casa cantoniera.

Crescenzago, febbraio 1943

Di certo non fu l’Ovomaltina a salvare Primo Levi da Auschwitz. Forse il caso. Forse le sue competenze chimiche, necessarie allo sforzo bellico. Forse la disperazione e il forte istinto di sopravvivenza.

Però. Anche se riuscì a varcare con le sue gambe la beffarda porta del famigerato campo di concentramento, il filo spinato rimase per sempre nel suo cuore e nella sua testa.

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