Didascalia n. 36
Calma e gesso. 1978-1979. Torneo di Carambola presso il Bar Sport di Antonio Bancone, a sinistra nella foto.
Ero il più giovane. Arrivai secondo, dietro Alfredo Lo Zito, il più forte di Spinoso. La sala giochi, a cui si accedeva sia da una piccola scala interna che da una porta esterna, oltre al biliardo, prevedeva un biliardino e un flipper, poi sostituito da un Tombolone. Completavano l’arredo, un paio di tavoli, una cabina telefonica Sip a gettoni, un minuscolo bagnetto angolare in legno con un pisciatoio a muro.
Nella foto, sempre da sinistra, Saverio Spolidoro, Mario Labanca, Tonino Paladino, Franco Vitale, Alfredo Lo Zito, io e Antonio Pricolo.
In quella sala siamo cresciuti, ci siamo divertiti, abbiamo giocato, ci siamo sfottuti e qualche volte menati. I nostri pochi spiccioli finivano lì. E quando eravamo squattrinati Antonio ci faceva credito. Annotava i nostri modesti debiti su un quadernetto nero e a quadretti. Che noi saldavamo appena possibile. Piccoli uomini d’onore. Chi perdeva pagava una consumazione, l’equivalente economico di un caffè. Che noi sostituivamo con una gazzosa Avena o un bicchiere di spuma rossa.
Se non avevi 14 anni, Antonio non ti dava le tre palle della carambola (due bianche e una rossa). Temeva che con un colpo di stecca si potesse rovinare il delicato panno verde. Il gioco non era a gettoni, ma a tempo. Se la palla era lontana nel biliardo, se le braccia erano corte per la diagonale scelta, per poterla colpire c’era a disposizione un “rastrello” in legno che simulava l’incavo delle due dita su cui far scorrere la stecca per il colpo.
Per chi non lo sapesse, il gioco consisteva nel colpire con la propria biglia bianca (una delle due aveva un puntino nero per distinguerle) le altre due. Non c’erano buche, non c’erano birilli. Per questo, il gioco, si chiamava carambola (variante libera), termine francese. Il termine non era e non è onomatopeico, però, ho sempre pensato che fosse il nome giusto per questo gioco. “Carambola” mi dava l’idea visiva e sonora del rotolamento della biglia, del suo rullaggio mordido e impercettibilmente sordo sul tappeto che ricopre la lavagna, del tonfo sulla gomma delle sponde, dell’impatto duro e vitreo con le altre palle d’avorio.
Ma carambola, dice la Treccani, non è un’onomatopea. È un termine spagnolo che indica un frutto di una pianta chiamata “caramboleiro”, a sua volta di origine indiana o malese, molto comune ai tropici. Il linguaggio è mobile, rotola nella storia, sul suo piano inclinato, come una biglia.
Era un gioco fortemente geometrico, fatto di pazienza, di misura, di pressione, di occhio. Ci voleva calma, appunto. E gesso, un cubetto blu cobalto che occorreva strofinare sulla ruvida punta della stecca, per evitare di “steccare”. Serviva per l’effetto. Fondamentale per far filare meglio la palla, o per, con un colpo sotto, riportarla indietro dopo il punto. A volte non c’era visibilità per colpire e occorreva un colpo in testa per farla saltare. Era il tiro più spettacolare. Scenografico. Chi faceva il punto continuava fino a quando non sbagliava. Al muro, lungo la rastrelliera, vi era lo score con una teoria di dadi numerati, blu e rossi. Per memorizzare il punteggio.
Questa sera la foto ha fatto carambolare la biglia sulla quarta sponda.
Un tiro a effetto o effetto della memoria?