Il doppelgänger. La metà oscura. L’altro noi, malvagio, che abita in una cavità buia della nostra personalità. Pronto ad emergere come lo squalo dell’omonimo film dagli abissi del subcosciente.
La Letteratura e il Cinema si sono spesso dedicati al fascino del doppio. Pensiamo a Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson. Bene e Male si alternano dando vita a due personalità perfettamente distinte. Diverse anche nella fisicità, ma conviventi in uno stesso corpo.
<<Tutti mi chiedono se conosco Tyler Durden>>
dice Edward Norton in Fight Club. Si parla sempre di conoscenza. Il primo gradino della consapevolezza. Tutto parte dall’incontro con l’ignoto. Spesso non è necessario fare tanta strada per incontrarsi. L’altro sé è a un palmo dal nostro cuore. Come un proiettile. È la polvere da sparo pressata da tutte le frustrazioni represse. Le potenzialità sopite. Le scelte soffocate sotto strati di paura.
Non è forse lo stesso anche per l’Heisenberg di Breaking Bad. L’apparente mite e accomodante Walter White nasconde una sua versione assetata di potere e autodeterminazione. Violenta e spregiudicata. Perché noi siamo chimica e come dice lo stesso protagonista:
<<(…)La chimica è (…) lo studio dei cambiamenti>>.
E noi cambiamo. Ci trasformiamo. Continuamente.
Già prendendo questi casi, posti davanti alla germinazione di un nuovo sé, verrebbe da chiedersi se sia più autentico l’originale o la sua variante. Quest’ultima, a suo modo, non è forse il nostro archetipo?
Stephen King ha scritto un romanzo intitolato La metà oscura, pagine che hanno una degna controparte cinematografica nell’omonimo film girato da George A. Romero. Un famoso e stimato scrittore si dedica, nascondendo la propria identità con uno pseudonimo, alla produzione di romanzi pulp di grande successo. Tutte le storie hanno come protagonista un killer violento chiamato Alexis Machine. Quando il gioco viene scoperto, lo scrittore decide di chiudere con il protagonista dei suoi best seller. Da qui un conflitto tra autore e personaggio che sembra quasi richiamare in chiave dark alcuni elementi del metateatro pirandelliano.
Quest’opera di King gioca sul rapporto tra l’autore e i propri personaggi. Lo scrittore versa inevitabilmente un po’ di sé nel simulacro dei protagonisti delle sue opere. Questo travaso in parte è consapevole, in parte racchiude i sogni, le pulsioni segrete di chi scrive.
Viene in mente il noto trio di Pazienza, mito del fumetto italiano scomparso prematuramente. Colas, Zanzardi e Petrilli. Questi tre personaggi sono tre espressioni del suo carattere. Quella narcisista, legata a una sessualità autocompiaciuta, quasi compulsiva; quella cinica, finanche malvagia nella sua indifferenza verso l’umano e quella debole e fragile. A proposito dell’incontro-scontro tra autore e personaggio, è interessante ricordare che in alcune tavole lo stesso Pazienza si disegna nell’atto di azzuffarsi con Zanardi. Una lotta feroce tra disegnatore e creatura che, inaspettatamente, termina con la sconfitta di Pazienza. Piegato e umiliato dalla violenza di Zanna.
E se allora il doppelgänger non fosse una versione malvagia di noi, ma quello che vorremmo essere, ma non osiamo diventare?