I FANTASMI DELLA CITTÀ

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Maravigliosamente brutta“, riferita alla nostra amata città capoluogo. Il nostro intento era rovesciare lo scenario e la narrativa, per spiegare che la bruttezza a determinate condizioni può essere addirittura un valore. Uno dei nostri relatori è stato Andrea Masu, autore di un bel lavoro di ricerca e mappatura, carico di ironia, sugli immobili pubblici incompiuti del Sud ma un po’ di tutta Italia. Piscine, palazzetti dello sport, strade statali, carceri, centri di aggregazione (?) iniziati e lasciati così, a mezzo, nè utilizzabili nè abbattibili se non a costi insostenibili. Nel giro che facemmo in città, Andrea Masu ci chiese – immagino per aggiornare la sua mappa – se anche a Potenza ci fossero immobili così. Con una punta di orgoglio e dopo averci pensato un po’ potei dirgli che no, immobili incompiuti non ce n’erano. Ma mi resi conto, però, nel parlarne, che la città era comunque piena di fantasmi. Non immobili incompiuti, ma abbandonati. Ci sono credo in tutte le città, e Potenza non fa eccezione. Monumenti al tempo che passa, e che consuma inesorabilmente anche il cemento, la pietra, i mattoni, gli intonaci.

Potremmo, come ha fatto Andrea Masu, mapparli e ipotizzare un percorso turistico per giovani architetti, o esperti di archeologia urbana. Trasformare ancora una volta una bruttezza in un valore.
Si potrebbe cominciare dall’ex Don Uva, splendido esemplare di architettura brutalista: una casa di cura per malattie mentali modello, un moloch gigantesco che incombe sull’area di Macchia Romana, le cui finestre vuote fanno inquietare e rabbrividire. Meno angoscia, ma sicuramente più tristezza, mette l’ex caserma dei VVFF a San Rocco. Ormai diroccata quasi al limite del crollo (e che sia un edificio pericoloso per la pubblica incolumità è un bel contrappasso, considerato che dentro ci stavano quelli che la pubblica incolumità in genere tutelano) si stenta perfino a riconoscerne la funzione, privata come di qualunque segno distintivo. Poco più avanti, l’ex deposito Anas: da fuori sembra chiuso ed abbandonato, le serrande dei garage calate, le finestre chiuse. Però forse è solo in momentaneo disuso, come un appartamento sfitto che aspetta nuovi inquilini. Sorte appena migliore della caserma dei Vigili del Fuoco ha subito l‘ex dispensario di via Vaccaro, di fronte al liceo classico: un sommario lavoro di messa in sicurezza ne ha murato le finestre, intonacato a calce l’esterno, chiuso il tetto che, sfondato dal tempo e dall’incuria, era ricovero gradito di cornacchie e piccioni. Si favoleggia di un bando per la vendita all’incanto a privati, andato più volte deserto. Se è vero, non mi stupisce: l’immobile, di un qualche valore storico, pare sia sotto vincolo della Soprintendenza, e quindi per farne qualunque cosa, oltre al costo di ristrutturazione occorre mettere in conto una sequela infinita di carte e permessi. Si può andare avanti per ore, vergognandosi ogni volta un po’ di più: l’ex FIAT di via Mazzini, con i teli che la ricoprivano e ormai sono lugubri stracci neri nel vento; l’ex cinema Ariston, bocca sdentata spalancata sulla strada sottostante; il rudere cadente del palazzo prospiciente la chiesa della Trinit, nel quale qualcuno sussurrava fosse stato seppellito per sempre il corpo di Elisa Claps. Non sbagliavano di molto, quei sussurri. Ho lavorato nella pubblica amministrazione abbastanza a lungo da sapere che c’è quasi sicuramente una “buona ragione”, e non necessariamente malafede o malaffare, per questi fantasmi di calce e mattoni che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi: un qualche contenzioso in atto, un permesso che manca e ormai non si può più avere, una carta finita sulla scrivania sbagliata di cui nessuno sa più cosa farsene, un funzionario o un impiegato andati in pensione portando con sè tutti i propri segreti professionali insieme ai soprammobili della scrivania. Ma possono esserci anche motivi meno amministrativi e più concreti, soprattutto quando gli immobili sono privati: una lite fra eredi, oppure molti eredi sparpagliati per il mondo impossibili da rintracciare, questioni affettive, di noncuranza, di dispetto. In attesa che qualcosa si sblocchi, per almeno uno di questi monumenti al tempo che consuma, in attesa che la città riscopra la dignità di ristrutturazioni ed ammodernamenti, possiamo fotografarli, e farne un album dei ricordi di un tempo finito.     ARTICOLI CORRELATI: IL MISTERO DELLE PALINE DELLE FERMATE DEL BUS C’ERA UNA VOLTA PIAZZALE DELLE REGIONI A POTENZA]]>

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