“Il buon vino si fa nel vigneto”.
É questo il motto dei Vigneti del Vulture di Acerenza. L’azienda fa parte del gruppo Farnese Vini che l’ha rilevata nel 2003, credendo nel progetto Basilicata e nella forza della natura che rende grandi questi vini.
La tenuta ha un’estensione vitata di 66 ettari. Pur essendo lontano dal cratere del vulcano, il vigneto gode dei privilegi dell’altitudine, compresa tra i seicento e gli ottocento metri, e della vicinanza del fiume Bradano, il principale corso d’acqua della Basilicata. Di contro le rocce effusive che caratterizzano le pendici del vulcano lasciano più spazio a sedimenti marini di origine sabbiosa e argillosa.
“In ogni bottiglia – spiega Massimo Di Bari – c’è Il territorio, l’amore, la passione che il viticoltore che mette nell’allevare le nostre viti”.
L’Aglianico, indiscusso signore del vigneto, ha concesso pochi ettari alle bacche bianche tradizionali della zona: Greco, Fiano e Moscato.
In cantina, dove regnano Alberto Antonini e Massimo Di Bari, le caratteristiche delle uve e del territorio prendono corpo dentro vini che esprimono, come recitano le etichette dell’azienda, “terra, vino e passione”. In questa ricerca della qualità viene condotto il progetto del Pipoli Zero, un Aglianico senza solfiti che coniuga la pregevole fattura con la ricercata salubrità.
“Per la nostra azienda – dice Di Bari – Vinitaly costituisce una vetrina importante. Per noi è un’occasione preziosa per far conoscere il territorio, l’Aglianico e la Basilicata”.
Tra i progetti futuri dei Vigneti del Vulture, come anticipa Di Bari, c’è il tentativo “di unire i viticoltori, perché puntiamo al territorio e alla viticultura. L’idea è di investire su un progetto qualità, in grado di arginare lo spopolamento dei vigneti e l’abbandono del territorio. La nostra missione è riportare a vivere i vigneti in Basilicata e puntare sempre di più a realizzare vini di qualità”.
Il Consorzio di Tutela Aglianico del Vulture? “Ha un appeal notevole sul consumatore, gli dà serenità e garantisce sulla qualità del prodotto. I consorzi oggi – conclude Di Bari – sono l’espressione del riconoscimento dell’identità di un territorio”.
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