
Potenza, ore 9:22 – Claudio Elliott
Vino e chiacchiere
Stamattina piove (sono tre giorni che piove) e l’idea di uscire non mi sfiora neanche l’anticamera del cervello ma Thai la pensa diversamente e si incammina disinvolta verso il guinzaglio: si siede a attende scodinzolando. Come si fa a dire di no?
Bardato e mascherato esco dal portone e vedo i miei tre amici (non credo che vi sia parola più adatta), che mi fanno ampi gesti affinché mi avvicini. In genere sono molto parchi nella gestualità, per cui, seppure con soste idrauliche di origine canina, mi appropinquo ai tre. (Tra parentesi, il verbo appropinquare mi piace molto, anche se è in disuso, per il suono così pieno e per il significato letterale: andare verso il prossimo).
È Giovanni che quasi mi assale: – Buongiorno. L’ha visto in televisione?
– Non capisco? Cosa ho visto? Cado dalle nuvole – dico.
– Ma no, quella è la pioggia – dice ridendo Andrea, indicando il cielo plumbeo.
Giovanni chiede: – Ma lei la guarda la televisione?
– Certo.
Interviene Gianfranco: – Quell’ubriacone che parla a vanvera.
– Ah, non so di chi parli, ma evito accuratamente i programmi in cui tutti sanno tutto e niente è come dev’essere.
– Quello – dice Andrea, ed è evidente che sa di chi parla – si ingolla almeno un litro di vino prima di andare in televisione.
– E qualcuno prima – dice Giovanni.
Cerco di deviare dal discorso dato che non so di chi o cosa stiano parlando: – A proposito di vino, ma tutta quest’acqua fa bene alle vigne?
– La vigna – dice Gianfranco – non va stressata. Ci vuole giusta acqua e giusto sole.
– Gianfrà, e che ne sai tu? Mica hai un vigneto – dice Giovanni.
– Giovà, io no ma mio nonno ce l’ha e ci passiamo insieme molto tempo. Lo aiuto anche a vendemmiare.
– E fate l’Aglianico? – chiede Andrea.
– Certo. Qui da noi che vuoi che si produca?
– E quello lì – chiede Giovanni, e ho capito che si riferisce alla persona di cui parlavano poco fa – cosa berrà mai?
– Di certo non un vino di qualità. Da quello che dice, un vino pieno di difetti. E ne beve pure assai.
Thai alza un orecchio e mi guarda: è un po’ delusa perché non c’è il sole e non può dedicarsi alla caccia alle lucertole e credo che sia anche confusa: come me, non sa di chi stiano parlando.
Andrea nota lo sconcerto negli occhi del cane femmina e nei miei: – Ma allora, lei cosa guarda in televisione?
– Sciocchezze: film, telefilm, documentari, opere liriche solo se sottotitolate, se no non capisco niente. Roba così.
– Quindi evita i talk show? – chiede.
– Come la peste. Anzi, come il virus. E ho notato, anzi ho imparato …
– Non si smette mai di imparare – mi interrompe un erudito Gianfranco.
– Appunto. A proposito di vino, in alcune opere si cita il Chianti. In altre si brinda. E il vostro amico, quello di cui state parlando …
– Non è amico nostro – dissero in coro i tre.
– E non vi offendete! Non so cosa abbia detto, avvinazzato o no. Ma se il risultato delle sue chiacchiere è quello che sento da voi, ha fatto fiasco.
– Bel gioco di parole – commenta Andrea.
– Che poi – aggiungo – questo modo di dire con il vino non c’entra niente.
– Ah no? – chiedono Gianfranco e Thai.
– No. Una sera un attore decise di esibirsi in un monologo portandosi come compagno di scena un tipico fiasco da vino; invece di divertire il pubblico però, l’artista lo annoiò così tanto che questo reagì e in cambio iniziò a fischiarlo a più non posso.
- Quindi fu un fiasco.
Genzano di Lucania, ore 11:00 — Rocco Di Bono
“Il fatto che la Lombardia sia andata in disgrazia per via del coronavirus ha eccitato gli animi di molta gente che naturalmente è nutrita da un sentimento di invidia o di rabbia nei nostri confronti perchè subisce una sorta di complesso di inferiorità. Io non credo ai complessi di inferiorità, credo che i meridionali in molti casi siano inferiori“. Queste sono le testuali parole pronunciate qualche sera fa da Vittorio Feltri nel programma televisivo condotto su Rete 4 da quell’ilare idiota di Mario Giordano. Il quale, manco a dirlo, gli teneva bordone, ridacchiando come fanno i bambini quando sentono le parolacce. Le parole di Feltri senior hanno scatenato il putiferio dentro e fuori i social, inducendo risposte di ogni tipo, dall’ironia alle ingiurie, fino alle minacce e alle querele. Personalmente, penso che più si parla di un cretino e più si rischia di fare pubblicità a lui e alle sue scemenze. In questi casi, forse, la risposta più efficace potrebbe essere una di tipo omeopatico, secondo il principio similia similibus curantur (i simili si curano con i simili) formulato dal tedesco Samuel Hahnemann: che in questo caso significa, più o meno, rispondere a una stupidaggine con un’altra stupidaggine. Come quando al leader leghista Umberto Bossi, che ripeteva concetti simili a quelli di Feltri, l’indimenticato Luciano De Crescenzo rispose: “quando i suoi antenati celtici erano ancora barbari aggrappati ai rami degli alberi, i miei antenati erano già froci”.
P.S.: i i leghisti in salsa lucana, che governano Regione e capoluogo, che fanno, giocano alle tre scimmiette?
Parma, ore 14:51 – Cristina Cogoi
Le saracinesche del mio cuore non sono mai abbassate, mai chiuse, mai serrate.
Le labbra del mio volto non sono mai secche, mai sospese, mai mute.
Le palpebre dei miei occhi non sono mai fisse, mai asciutte , mai glaciali.
Non lasciate che la paura vi soffochi
Che la rabbia vi disorienti
Che il senso di impotenza vi disarmi.
Siate presenza, mai assenza
Siate amore, mai odio
Siate gioia, mai rancore
Siate semi che germogliano in ogni cuore anche senza acqua senza sole senza vento.
Siate al di sopra di tutto.
Al di sopra della vita e della morte
Della gioia e del dolore
Della speranza e dei sogni, ma soprattutto siate al di sopra di ogni aspettativa e attesa
Siate
Sempre
Per sempre
Voi stessi
E forse la vita così sarà meno difficile, meno faticosa, meno inesorabilmente veloce.
Potenza, ore 18 – Antonio Califano
E sono quarantacinque i giorni della nostra socialità negata, il termine quarantena non mi basta più. Le parole fluiscono sempre più lentamente, le perdo: perdere la socialità significa anche perdere i suoi strumenti, il linguaggio, l’attenzione, la concentrazione, la capacità di fissare i propri pensieri su qualcosa per un tempo abbastanza lungo tanto da poterne apprezzare il valore. La capacità di sviluppare “interazioni” si sta riducendo pericolosamente, ci illudiamo di farlo con la comunicazione digitale ma produciamo per lo più monologhi edonisti che riversiamo sugli altri per dimostrare che esistiamo, l’amore e l’amicizia hanno bisogno di attenzione, la cura ha bisogno di attenzione, di tempi lenti. Pensavo questo stamattina, vagando tra gli oggetti della mia camera avvertendo che io stesso rischio di trasformarmi in un oggetto, quando mi sono imbattuto in un articolo sul “Manifesto” che recensiva un libro di Enrico Campo che ha per titolo: La testa altrove. L’attenzione e la sua crisi nella società digitale. Leggo la sintesi del suo contenuto: “l’analisi dell’attenzione e della sua crisi nell’epoca digitale, sottomettendo a critica le visioni individualistiche e universalistiche della psicologia contemporanea e riprendendo invece gli argomenti sociali e culturali che stanno oggi alla base dell’attenzione. Si analizzano quindi i regimi attentivi moderni che appaiono caratterizzati da cinque opposizioni tra cui l’Orientamento al futuro contro la possibilità riflessiva”, e penso che questa opposizione, descriva molto bene la nostra situazione attuale. “Se l’orientamento al futuro si oppone alla possibilità riflessiva, ecco che quest’ultimo diventa la ricerca incessante del nuovo, magari attraverso lo choc di cui parla Benjamin che, in contrasto con la possibilità riflessiva, nasconde quel che del futuro incombe davvero su di noi, come le catastrofi ambientali o le nuove epidemie, negandoci la possibilità di immaginare un domani diverso”. La riflessione è più che mai necessaria in questo momento, siamo tutti proiettati al domani senza che niente ci garantisca che possa essere futuro, ora abbiamo anche una data, che tranquillizza le nostre angosce ma potrebbe anche cancellare ciò che non va cancellato. Dobbiamo proiettarci nel futuro con una nuova attenzione agli altri, ai più deboli, al mondo che ci circonda per “pensare” un nuovo paradigma, per avventurarci in quel terreno sconosciuto dove anche gli “angeli esitano” per dirla con Gregory Bateson che di questo parlava quasi cinquant’anni fa e a cui non si è prestata abbastanza attenzione. Il rischio è ancora una volta il ritorno accelerato al prima. “Metteremo in gioco la possibilità calma di un futuro diverso oppure faremo come il cappellaio matto di Alice, per il quale non c’è tempo, non c’è tempo, e ritorneremo alla ansiosa e ansiogena ricerca del nuovo e dello choc? Torneremo alla ricerca di cambiamenti deboli che confermano il già dato?”, la ricerca giusta ma spasmodica di un vaccino, di un rito “vodoo”, di una divinità che ci salvi, di nuovi stregoni che ci tranquillizzano non nasconde anche questo? Non basta una pagina di diario per spiegare bene i miei pensieri, ci devo tornare con “attenzione”, ma un diario serve anche a questo a prendere appunti per la propria anima.
Villa d’Agri, ore 19:00 – Nuario Fortunato
TORNEREMO
A GUARDARE LE STELLE
Torneremo
a guardare le stelle io e te,
quando
il bagliore della luna sfiorerà i nostri visi.
Torneremo
a guardare le stelle io e te,
quando
mani sicure sapranno trattenere i sospiri.
Torneremo
a guardare le stelle io e te,
quando
in un complice abbraccio ci scambieremo il presente.
Torneremo
a guardare le stelle io e te,
quando
baci e carezze saranno un inno al futuro.
Torneremo
a guardare le stelle io e te,
quando
questo silenzio sarà ferita sfocata.
Torneremo
a guardare le stelle io e te,
quando
lo sguardo al passato sembrerà un epico afflato.
Torneremo
a guardare le stelle io e te,
quando
la vita sarà di nuovo un prato libero e asciutto.
Torneremo
a guardare le stelle io e te,
quando
il gemito della paura sarà sepolto da note di giubilo.
Torneremo
a guardare le stelle io e te,
sotto
quel cielo che non potrà mai finire.
Matera, ore 12:15- Doreen Hagemeister
“Pura fantascienza!”
Stamattina, quando mi sono alzata, sembrava tutto irreale. È un giovedì di aprile, ma siamo in quattro a casa. Fuori un silenzio, intervallato solo dal canto della natura e qualche rara macchina che passa. Dalle stanze dei ragazzi sento la voce dei professori e di altri ragazzi, i loro compagni, che parlano. Tutto questo a porte chiuse, come se non bastasse la chiusura in casa. Ogni tanto sento anche i miei figli parlare e, qualche volta, scoppiare in una risata sonora. Ognuno per sé. Soli fisicamente. Mi viene voglia di mettere la testa dentro i loro regni e sbirciare, assistere, esserci. Ma non si può. Me l’avevano chiesto loro di NON entrare.
Questo, fortunatamente, succede solo la mattina. Era anche prima così, i ragazzi stavano a scuola e noi al lavoro. Ognuno viveva la sua vita sociale nel proprio contesto. Oggi, tuttavia, mi sono alzata melanconica e l’ho percepito di più. È una sensazione strana vagare in una casa piena di gente con porte chiuse.
Mi sembra di vivere in un film di fantascienza. Fantasia condita da scienza. Tutto è surreale. Nulla sembra vero. Ci sono scienziati e pseudo-scienziati che parlano in tv, che scrivono in rete, diffondendo le loro teorie e scoperte. Notizie che in un battibaleno vengono messe in discussione. Teorie del complotto che sembrano rincuorare gli animi. E io, in mezzo a tutto questo, resto meravigliata e, talvolta, esterrefatta che la gente dia credito a queste follie.
“L’umanità teme sempre quello che non riesce a capire” (dal film “X-Men”)
Mi sento come l’eroina di un film con la piccola ma tragica differenza che non so cosa fare. Non ho una soluzione. Non sono nessuno. Ma soprattutto non ho “intuizioni magiche” che possano “salvare il MIO popolo”.
“Il problema è che noi non viviamo in una fiction… lì si trovano sempre semplici soluzioni e tutto si risolve… la vita reale è complicata.” (dal film “Roswell”)
Resto chiusa in casa. “Salveremo il mondo in pigiama sul divano” (Anonimo). Ridacchio. Non sarò un’eroina, ma non sto sul divano né tanto meno in pigiama. Accendo la musica. Va meglio ora! Mi sa che approfitto per mettermi in forma, per aggiustare capelli e unghie, altrimenti rischio di non uscire da casa neanche quando sarà di nuovo concesso.
Potenza, ore 20:11 – Luca Rando
Scritture
Da quando ricordo ho sempre scritto, in un modo o in un altro,e anche per questo spesso i libri sono stati veicoli di emozioni che non riuscivo ad esprimere. Ritrovare negli scrittori le parole che non riuscivo a dire mi allargava il cuore, e la mente. Forse per questo insisto spesso con i miei figli (e con gli alunni) per farli leggere. Ma anche per farli scrivere. perché la scrittura diventa lo sfogo delle emozioni (per me innanzitutto il dolore, sì, perché la mia scrittura nasce quasi sempre quando non riesco a reggere il dolore, come pianto interiore che, se trattenuto, spaccherebbe il cuore).
Scrivevo come scambio di idee, come educatore, come amico, come padre (ho scritto a lungo lettere ad ex alunni, quando ancora si scrivevano le lettere, ad amici, ai figli), ma scrivevo soprattutto per me. E scrivo ancora. Più in breve, messaggi (molte volte sollecitati), resti di versi e pensieri. E a questo invito oggi i miei alunni. A scrivere, non per la scuola, ma per se stessi, anche solo una parola, un pensiero, una frase.
Scrivo agli amici che mi fanno notare come questo “umor nero” non sia in fondo che una amplificazione di una mia tendenza innata, che è vero, io sono di natura un accidioso che lotta perennemente contro suo questo carattere (credo Nicola che tu me lo abbia scritto già ai miei 20 anni donandomi un libro…). A chi mi invita a non incupirmi (cara Hilde) rispondo che sono i giorni che passano ad aggrovigliare sempre più i pensieri che poi è difficile scioglierle. I nodi inestricabili che si creano dovrebbero essere tagliati, ma non ne ho il coraggio, né, probabilmente, la forza. Restano là, abbarbicati, grovigli sempre più grandi che forse nemmeno la fine della quarantena riuscirà a sciogliere. Però le ripeto (e ripeto a Nicola, a Giulio, ai cari amici di sempre) che resta la certezza degli amici cari, e quello è un pensiero lieve, liscio, come una carezza che scioglie le paure e il nero della mente.
Forse resta del giorno che si avvia alla sera l’importanza di queste poche righe mentre tutto intorno è solamente pioggia…
Genzano di Lucania, ore 16:35 – Gianrocco Guerriero
Stamattina sono uscito, per necessità, che non era ancora l’alba. Al ritorno Alexandra si era sdraiata sul divano con un piumone addosso e il tablet di sua sorella in mano. Mi è sembrata molto concentrata. Lontana, con la mente, dal suo stesso corpo. Le ho sussurrato: “Ale, sei a scuola?”. Lei mi ha fatto cenno di sì con la testa e ho attraversato la stanza in punta di piedi. Ho cercato Aurora ma mi sono subito reso conto che anche lei era “a scuola”, nel mio studio (mio per modo di dire, ormai!) e mi sono sistemato in cucina, naturalmente dopo il solito rituale di decontaminazione: svestizione, primo lavaggio delle parti esposte all’ambiente esterno con acqua calda e prodotti specifici, disinfezione degli oggetti utilizzati o toccati (telefonino, occhiali, chiavi, maniglie ecc), secondo lavaggio delle mani e del volto, vestizione con tuta sicura da astronave-casa. Sarà così ogni volta, più volte al giorno, chissà per quanto tempo. Ritorniamo alla normalità, ma non è un ritorno vero: è semmai l’approdo a una normalità diversa. Domenica scorsa, su questo mio diario, appuntavo un pensiero: continuiamo a utilizzare le stesse parole (lavarsi, essere a scuola ecc.) ma il significato che attribuiamo a esse è diverso. È normale che accada: anni fa scrissi anche un breve saggio sul tema, facendo riferimento alla Protologia platonica (il titolo, provocatorio, era “Scripta volant, verba manent”). Ma è raro che avvenga così in fretta: solo mutamenti repentini dell’assetto sociale possono provocare sconvolgimenti del genere. Dunque, siamo spettatori-protagonista di uno di quei “passaggi di stato” che l’umanità vive raramente. Siamo anche fortunati, in un certo senso. Perché noi, adesso, possiamo veramente scegliere, autodeterminarci: abbiamo acquisito una libertà più ampia, perché sono venuti meno alcuni vincoli che erano contorno della vecchia libertà (la libertà totalmente svincolata equivale tout court al non-essere). Ecco: anche il significato della parola “libertà” è cambiato troppo in fretta: le ragioni sono tante e sono da meditare una a una durante i giorni che verranno. Invece la parola più importante cui far riferimento è “responsabilità”: anch’essa mutata, naturalmente: mutata con la stessa rapidità con la quale muta un virus.
Potenza, ore 23:30, Annamaria
E nel cuore
della sera
alzo lo sguardo
in cerca di una stella
o forse
solo di una speranza.
Potenza, ore 23:56 – Caudia Schettini
L’uomo è un “animale sociale”, sentenziò in tempi non sospetti Aristotele.
In effetti, per natura, l’uomo è portato a vivere con i suoi simili e, di conseguenza, la socialità è quasi una cosa innata. Esiste una sorta di impulso primordiale solidaristico nei confronti dei propri simili.
La mattina del 27 dicembre 1878, “Mrs. Chimpanzee”, mentre riceveva attenzioni dal suo compagno di vita e di gabbia, “Mr. Chimpanzee”, moriva nel Giardino Zoologico di Philadelphia dove erano stati portati direttamente dal Gabon. Erano stati portati insieme, da soli non sarebbero sopravvissuti a lungo. Mr Chimpanzee aveva tentato più volte di rianimarla, ma invano. Dopo la perdita della sua compagna, il primate incominciò a dimenarsi violentemente all’interno delle sbarre, a strapparsi i capelli e ad emettere dei versi strani, simili al pianto umano. Poi, rassegnato, riprese le sue abitudini stendendosi in posizione fetale, tendendo le braccia come se volesse abbracciare la sua amata, cercando qualcuno di familiare nei dintorni. Eppure i guardiani dello zoo raccontarono che mai avevano visto un animale provare così tanto dolore nel momento in cui era rimasto…solo.
La solitudine porta al dolore, inevitabilmente. Gli uomini derivano dalle scimmie e sono ancora più “socievoli” di esse. È facile intuire che gli uomini, in una condizione di solitudine, provino ancora più dolore dei suddetti animali. Solitudine, cosa ben diversa dall’ “esser soli”. Solitudine è “sentirsi soli”. Si può benissimo essere fisicamente soli senza sentirsi tali.
Solitudine, sinonimo di vuoto.
“Horror vacui” avrebbero sentenziato i latini. La paura del vuoto.
Ma, ancora, richiamo in causa il buon vecchio Aristotele. “Natura abhorret a vacuo”, diceva il filosofo greco. La natura ripudia il vuoto cercando di riempire ogni spazio. Un meccanismo dimostrato, non solo, dalla tendenza ad espandersi di acqua e gas, ma dalla tendenza dell’uomo a riempire ogni dimensione spazio-temporale vuota gli si pari davanti.
Dagli antichi greci alla Generation Y di oggi, l’uomo è caratterizzato dal terrore per il vuoto. Da sempre l’uomo ha sperimentato l’insicurezza, la fragilità, il senso di abbandono, ha visto, almeno una volta, le proprie certezze vacillare, ha dovuto salutare amici e compagni, o rinunciare a qualcosa che riteneva essenziale. E da lì, giù a capofitto verso il…vuoto.
Ma se oggi è diventato tutto essenziale, se a nulla si può più rinunciare, se non si ha più una scala delle priorità, come si fa a contrastare questo terrore del vuoto? Oggi siamo un po’ tutti dei “Super-io” operativi h24. Dopotutto, è il modo migliore per riempire quel buco nero che ci fissa dritto negli occhi quando meno ce lo aspettiamo. Dopo una doccia rilassante, dopo il caffè della mattina, dopo la risata con gli amici. Eccolo lì, il vuoto. Ci stava aspettando. Difficilmente si riesce a fuggire da lui.
Vi è mai capitato di provare quella spiacevole sensazione di contrasto pieno-vuoto?
Giornate piene, testa piena, cuore ancor più pieno per non sentire quella sensazione di vuoto cosmico che ti assale all’improvviso. Corpo vuoto per non sentirsi pieni, perché la pienezza deve essere solo una pienezza metaforica. Leggerezza, ma non leggerezza mentale. Non puoi permetterti di distrarti. Tanto, se lo fai, arriva il vuoto a richiamare la tua attenzione. Lo hai tralasciato troppo a lungo.
Eppure, dopo un po’, anche la testa ha bisogno di svuotarsi, di svuotarsi da quei pensieri-acquedotto che ti riempiono fino all’orlo, fino a farti scoppiare di necessità.
Il vuoto però non le conosce, queste necessità.
Il vuoto, per definizione, non può essere colmato. O meglio, può essere colmato ma poi deve essere chiuso, altrimenti rigetta tutto il contenuto che hai cercato di infilarci dentro.
Forse ha poco senso cercare di colmare ad ogni costo quel vuoto incolmabile che ti viene a dare il buongiorno ogni mattina e la buonanotte ogni sera.
Forse ha poco senso anche togliere quella sensazione di pienezza dal cuore e poi dalla testa.
Sono il suo posto ed è giusto che per ora resti lì.
Ho imparato che bisogna chiedere il giusto, il possibile.
Parte il primo esperimento di video racconto di TOTEM Magazine, Giampiero D’Ecclesiis & Fabio Pappacena vi propongono “LA MANO DEL DIAVOLO” della serie “Le storie del Maresciallo Nunziogallo”, per voi le prime sei puntate, da ascoltare e vedere con calma, un intreccio misterioso si svolge tra le strade del centro storico di Potenza, tra Via Pretoria e la Chiesa di San Michele si muovono ombre inquietanti, si sentono rumori, voci. Presenze oscure? Intrighi di provincia?
Ci penserà il Maresciallo Nunziogallo a svelare gli intrighi.
Chi sono i personaggi che si agitano nella storia? Demoni? Fantasmi? Sogni? Che succede nelle case di campagna dei potenti? Notai, avvocati, politici.
Un giro di ragazze squillo?
Da stasera per voi, su TOTEM Magazine. SEGUITECI , IL MARESCIALLO VI SVELERÀ OGNI SEGRETO