A Luciano piacevano le mele.
Anche a Gemma piacevano le mele.
A Luciano piacevano Bach e Battisti.
Anche a Gemma piacevano Bach e Battisti.
Ma non si conoscevano.
Quel giorno che Luciano sentì il sapore immenso di quella mela annurca portata dal Sud, quel giorno non se lo sarebbe mai dimenticato.
La stava gustando, dopo averla guardata anche in controluce, come fosse un bicchiere di vino, e dopo averla lucidata col fazzoletto.
Nell’aria svolazzava un’aria di Bach.
E Gemma stava addentando la sua mela annurca, col profumo del Sud che le entrava in tutti i pori, quando le sue orecchie furono catturate da una musica, che le parve Bach prima maniera, quello che lei amava tanto.
Sentì anche uno scrocchio, ancora di più musica per lei, e allora (decisa) si avviò nella direzione da cui provenivano quei suoni celestiali.
Seguendo ora più la musica che lo scrocchio, e ora più lo scrocchio che la musica, Gemma venne a trovarsi a due centimetri dal naso di Luciano, il quale stava andando nella direzione da cui proveniva il profumo di un’altra mela, proprio quella che era in mano alla donna che lo stava investendo.
L’incontro fu uno scontro e le mele si confusero e le note si confusero e Gemma e Luciano erano confusi.
– Scusa – disse lei.
– Figurati – disse lui.
– È che seguivo una musica, e poi qualcuno che mordeva una mela.
– Che caso! Anch’io seguivo le stesse tracce.
– E le mele sono queste – osservò Gemma.
– Quel che ne è avanzato – puntualizzò Luciano, dando un’occhiata al bianco squarcio che compariva sul fianco di ogni mela.
A Luciano piaceva quella creatura che era entrata in collisione con lui, e si era fatto tutto rosso.
Lei si presentò: – Mi chiamo Gemma.
– Anch’io – balbettò lui, e le strinse la mano dopo aver pulito alla meno peggio la sua sui pantaloni.
– E come passi il tempo? – chiese lei.
– Dipende, dipende – disse lui, perduto nell’idea di aver conosciuto la donna dei suoi sogni, a cui piacevano Bach e le annurche.
Gemma osservò quel tipo strano, dal nome così inverosimile e dalla professione così varia, e le piacque il modo in cui lui la guardava.
Per qualche istante non parlarono perché si stavano godendo la pioggia che iniziava la sua danza dando alla scena una luce irreale
– Ti piace davvero Bach? – chiese lui, addentando lievemente (con quella sottile paura che finisse) un filo di buccia rossa e luminosa.
– Oh, sì. Quando lo ascolto mi sento forte più della morte.
– Parli spesso con le rime?
– A volte. Quando mi sento ispirata o è una bella giornata.
– Sei forte! Ci sediamo?
C’era una panchina che li aspettava.
– Ma siamo bagnati – disse lei.
– Anche la panchina – osservò lui.
– È bello sedersi su una panchina bagnata quando si è bagnati – disse lei, e lo prese per mano.
Si sedettero, e Luciano sentì sensazioni nuove, lì su una panchina bagnata, tutto bagnato, con i pochi resti di una porzione di paradiso tra le dita.
Poi lei chiese, timidamente: – Vuoi ascoltare qualche mio verso?
Lui voleva, ma aveva il timore di non capire la profondità della sua compagna, e allora per tutta risposta le strinse la mano e non parlò.
Gemma pensò di non essere stata chiara nella sua domanda, e la ripeté:
– Vuoi ascoltare qualche mio verso? – e nel dirlo gli strinse con forza le dita.
La pioggia continuava a far sentire la sua presenza, e allora lui disse:
– Forse è meglio di no.
Gemma ritirò la sua mano, offesa. Era la prima volta che qualcuno non voleva ascoltare le sue poesie, e, anche se il tipo aveva i suoi stessi gusti in fatto di Bach, Battisti e annurca, si sentì profondamente inutile. Anzi, dopo aver ritirato la mano, si scostò di quel tanto che bastava a far capire che era offesa, e si dedicò agli ultimi minuscoli morsi sulla superficie candida della mela.
Luciano capì che era il loro primo bisticcio e in parte si sentì fiero.
Disse: – Ho invidia per voi poeti, che siete padroni delle parole. Le dominate e le maltrattate, le rivoltate e le santificate.
Gemma lo guardò stupita per quella frase così originale (l’avrebbe voluta dire lei e non aveva mai trovato le parole) e gli si accostò di nuovo, facendo incontrare le dita con le dita.
Si stava così bene, su quella panchina bagnata, con una persona così sensibile, con la pioggia battente e con i torsoli delle mele che pendevano dai piccioli ormai inutili.
Appoggiò timidamente la testa sulla spalla ossuta del suo compagno. Lui non si spostò, e Gemma si sentì felice.
Nell’aria sibilò un suono, come ogni giorno, e i due sobbalzarono.
– È l’una – disse una voce imperiosa alle loro spalle.
Era tutto finito.
Si mangiava sempre all’una, in quella casa per anziani.
Claudio Elliott
Claudio Elliott è un rinomato scrittore di narrativa per l’infanzia ed esperto docente di scrittura creativa. Nato in Australia, residente in Italia sin dall’infanzia, insegnava nella scuola secondaria. Ha pubblicato una trentina di romanzi per ragazzi per importanti editori, come Raffaello e Le Monnier, La Medusa. Tra i suoi libri: Il barcone della speranza, I Giorni della Tartaruga – una storia di bullismo. L’isola di plastica, La canzone del bosco ferito.