DON MIMÌ, DALL'IRRESISTIBILE ASCESA A UNA ROVINOSA CADUTA di Ugo Maria Tassinari

Condividi

É difficile per me scrivere in morte di Mimì Pittella. Perché più di trent’anni fa, quando da giovane giornalista ho cominciato a occuparmi di terrorismo e anni di piombo, mi sono dato una semplice regola di ingaggio: che non avrei mai utilizzato professionalmente quanto avevo appresso nella vita precedente, da militante dell’antagonismo sociale degli anni Settanta. Una regola che intendo rispettare anche oggi. Invoco quindi una variante del comma Pasolini.

Io so ma non posso addurre le prove che la condanna che gli ha stroncato una luminosa carriera politica (12 anni per banda armata e associazione sovversiva) oltre che quantitativamente abnorme è profondamente ingiusta.

Ciò detto della rovinosa caduta, proviamo serenamente a restituire il senso di quella che era stata a tutti gli effetti la sua irresistibile ascesa e a ricostruire il contesto le cui tracce sono profondamente sommerse.

Alla vigilia delle elezioni regionali del 1970, le prime, quelle della discesa in campo di don Mimì (alle politiche del 1968, secondo Wikipedia, aveva supportato alcuni candidati del Pci), la Basilicata è la regione più povera del Mezzogiorno: spopolata dall’onda lunga dell’immigrazione postbellica (in Europa) e dei primi anni del boom (verso il Nord-Ovest), del tutto priva di strutture industriali e artigiane e di infrastrutture stradarie e agricole.

Il sud della provincia di Potenza è tra le zone più depresse d’Italia. L’avvio, proprio nel 1970, della costruzione della più grande diga in terra battuta d’Europa, sul Sinni, a Senise, sottrae ricchi territori alla produzione agricola dell’area mentre trasferisce ad altre zone produttive (la costa jonica, il sud della Puglia) i benefici dell’importante opera pubblica.

É in questo contesto di miseria diffusa che don Mimì sviluppa la sua opera di apostolo della salute pubblica, impegnato a battere palmo su palmo quel territorio “che – scriverà nella sua autobiografia – ho attraversato da medico a piedi o a cavallo, o sull’asino su bozze di strade rattoppate da qualche agricoltore”. Si spiega così la presenza diffusa, nelle case rurali delle tante contrade lauriote, a fianco dell’immaginetta del beato Domenico Lentini, dei santini del laicissimo don Mimì.

Grande parte di questo lavoro è gratuito. Anzi capita spesso che il dottore doni ai contadini poveri i farmaci che non possono comprare. Perché, sembra incredibile oggi, ma in Italia, fino alla fondazione del Sistema Sanitario Nazionale il diritto alla salute non era garantito a tutti i cittadini. E il sistema nasce solo alla fine del 1978 con la legge 833. Una delle ultime grandi riforme degli anni 70, quando oramai la spinta propulsiva del centrosinistra si è esaurita da tempo e anche la stagione della solidarietà nazionale si va a dissolvere.

C’è questo straordinario, generoso lavorio, che anticipa di dieci anni la grande riforma sanitaria del 1978, dietro il primo trionfo elettorale: alle regionali del 1970 un elettore di Lauria su due vota Pittella. I 5300 voti raccolti nel suo Comune sono lo zoccolo duro della vittoria. I rapporti di forza sul piano regionale sono radicalmente diversi: la Dc supera il 42%, il Pci sfiora il 25, il Psi non raggiunge il 13.

Il sistema sanitario, all’epoca, è fondato sulle cosiddette “casse mutue“ (ricordate lo straordinario personaggio del dottor Terzilli, il medico seriale della mutua incarnato da Alberto Sordi?) associazioni di lavoratori (distinte per settori di lavoro dipendente e aree di attività autonoma) che in cambio di una retta periodica garantivano sostegno economico, nel caso di infermità, al lavoratore o alla sua famiglia.

Un sistema che va in panne con la crisi economica e sociale dei primi anni 70. Le mutue non riuscivano più a garantire il pagamento delle rette di degenze in tempo, in seguito a un aumento considerevole di ricoveri, un inadeguato controllo dei ricoveri impropri e il prolungarsi dei tempi di degenza.

Questa grave crisi finanziaria di riflesso si abbatté sugli ospedali e quindi sugli assistiti. Per questo motivo lo Stato decise con il decreto legge 386 del 17 agosto 1974 di accollarsi tutti i debiti delle mutue con gli enti ospedalieri. Nei tre anni successivi, sciolte le amministrazioni non ancora fallite, lo Stato si appresta ad amministrare la Sanità per garantire un servizio uniforme e gratuito a tutti i cittadini. Il 23 dicembre 1978 la legge 833 fonda il Servizio Sanitario Nazionale.

Non è una semplice “supermutua” ma un riassetto totale, dalla presenza capillare sul territorio fino all’inquadramento organizzato di tutte le strutture e del personale per creare un sistema efficiente, che possa distribuire i servizi in maniera uniforme in tutt’Italia. Nascono le Unità sanitarie locali in cui hanno un notevole peso gestionale le rappresentanze politiche mentre lo Stato delega numerose funzioni di amministrazione e di coordinamento alle Regioni.

Scelte coerenti con lo spirito dei tempi, favorevoli al decentramento, alla partecipazione dal basso, fino ai rischi dell’assemblearismo. Scelte che però, con la crisi della Prima repubblica, porteranno alla ribalta i guasti della degenerazione partitocratica.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo alla traiettoria politica di Pittella. La sua presenza in consiglio regionale dura solo due anni perché nelle elezioni anticipate del 1972 si candida al Senato. Le tre campagne elettorali degli anni Settanta segneranno un impressionante strike per il “dottore”. Il collegio di Lagonegro diventa un santuario socialista. Con il Psi che a livello nazionale non schioda dal 10% don Mimì vince tre volte su tre passando dal 26,4% nel 1972 al 25% nel 1976 (l’anno dello scontro frontale tra Dc e Pci, con i comunisti che prendono a livello nazionale il triplo dei voti dei socialisti) per risalire nel 1979 al 28%.

Il meccanismo elettorale del Senato nella Prima Repubblica è perverso: i voti su base regionale determinano i seggi conquistati, la percentuale dei collegi fissa la graduatoria interna ai partiti. Così la Dc che supera sempre il 40% nel collegio elegge solo una volta il senatore nell’area Sud. La rappresentanza esclusiva del territorio rafforza la leadership pittelliana.

In Commissione Igiene e Sanità per due legislature è tra i protagonisti del lavoro di costruzione della riforma e poi di verifica del suo avanzamento nella Commissione speciale costituita proprio per favorirne un sano ed equilibrato sviluppo.

Nella terza legislatura la qualità del suo lavoro è riconosciuto tanto che Pittella è promosso presidente della Commissione: non immaginava certo che, dentro quel grande disegno riformista, si annidassero i rischi di uno strapotere burocratico. Tra le deleghe che la legge 833 trasferisce alle Regioni c’è quella per la definizione dei rapporti tra sistema pubblico e strutture convenzionate.

Nella Basilicata governata per dodici anni dal democristiano Verrastro, l’assessore alla Sanità è il socialista Ferdinando Schettini. La legge regionale fissa al 6 per mille il tetto dei posti letto per abitante sopra del quale non è possibile stipulare convenzioni. Nello spopolato Sud della provincia potentina sono ben quattro gli ospedali aperti o riorganizzati in pochi anni: Lauria, Chiaromonte, Maratea e Lagonegro e così la programmazione regionale valuta che la clinica Pittella non serve al sistema sanitario lucano.

Una valutazione superata nel 1986, quando un decreto presidenziale autorizza la Regione ad acquistare l’immobile che ospita la clinica. Quando l’ormai ex senatore Pittella è da più di due anni detenuto per le cure assicurate, senza referto, alla brigatista rossa Natalia Ligas.

  ARTICOLI CORRELATI IN RICORDO DEL SENATORE DOMENICO PITTELLA – di Antonio Pisani NOI PITTELLA NEL SUD AL CUBO di Lucia Serino]]>

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *