GIORNATA MONDIALE CONTRO LA PEDOFILIA
Dedicato a Fortuna
Giornate calde e sonnolente. La primavera avvolge la stanza di un languore tutto particolare. Un languore che vorrebbe essere solamente vissuto, goduto. Lo sento su di me e la pigrizia mi strizza l’occhio. Si! ho voglia di rimandare i doveri di giornalista di cronaca nera.
Ho solo voglia di assecondare la mia passione più intima: quella di scrivere, per me. Ma non riesco a lasciarmi andare. Qualcosa mi trattiene. Oggi la mia mente è come un palloncino che sta per volare via …..dalle mani di una bimba.
Una bimba: una donna di porcellana in miniatura che va toccata con delicatezza, altrimenti potrebbe andare in mille pezzi.
In apparenza tutto sembrerebbe normale, immobile, come sotto l’effetto del caldo pomeridiano, ma è solo apparenza.
Sento un tintinnio.
Una punta che batte su una superficie dura. Diventa insistente, insopportabile. Mi obbliga a controllare chi osa interrompere questo meraviglioso stato……di silenzio creativo.
É la penna! É lei il martello e si sta animando. Mi richiama al dovere! Quello di fare cronaca. Vuole a tutti i costi che affronti il mostro. Eccola! Mi sgrida, mi sfida, mi spinge, mi punge. Anche il silenzio si sta svegliando mentre il foglio si stira pronto ad iniziare.
Vi osservo da un po’ amici miei: una penna, un foglio ed il silenzio. Voi siete i miei strumenti di lavoro.
Ma per scrivere ci vuole coraggio! La sola fantasia non basta. Io, in questo momento, non ne ho. Sono corrosa, impantanata in una realtà che mi disgusta. Se avessi coraggio potrei guardare in faccia la realtà senza aver paura d’affrontarla. Ma non ne ho! Fatelo voi l’articolo!
Io non ho coraggio. Non sono brava abbastanza. Del resto ormai il palloncino è volato via!
É disperso nel cielo ed io non posso riportarlo a quella bimba. Qual’è lo scopo di scrivere allora? Avete una ragione da offrirmi? Foglio, penna o tu silenzio, fatelo voi!
Entro stasera devo consegnare il pezzo. Se solo sapeste di cosa sono stata chiamata a scrivere stavolta. Di quale inspiegabile bassezza umana.
Ma non la sentite piangere? Non c’è nessuno all’interno di quel maledetto stabile? Non c’è nessuna pettegola dietro l’uscio che trattenendo il respiro spera di non farsi sentire e di carpire i segreti che vi covano all’interno? Possibile che quel pianto lo sento solo io!
Sono dentro la storia ancor prima di aver aperto il portone.
Ho aperto la porta del terrazzo e sono entrata. Ora sono nella storia.
Volò una scarpetta nel cielo. Nessuno vide dove cadde perché tutti chiusero gli occhi strizzandoli bene. La bimba guardò per un secondo quella scarpina durante il volo e pensò che prima o poi come Cenerentola l’avrebbe ritrovata. Forse a mezzanotte, nel suo letto di bimba, dentro ad uno dei suoi sogni.
La scarpetta rotolò su se stessa fendendo l’aria con la rabbia di chi vuole scappare da qualcosa o da qualcuno. Poi scomparve e non fu più ritrovata finché una vecchia strega la tirò fuori quasi infastidita per il clamore suscitato intorno a quella storia.
Rimasero sulla terrazza due corpi: uno digiuno, l’altro confuso. Uno gigantesco e somigliante ad un lupo. L’ altro piccolissimo e somigliante ad una bambola di porcellana. La bimba era talmente bella che sembrava di plastica. Non era stata colpa sua se era cosi bella! Era stata la natura a volerla cosi! L’aveva dipinta, scolpita, modellata.
Alla bimba imposero il nome di Fortuna perchè tutti pensavano che quella bellezza chissà a quale meraviglioso futuro l’avrebbe condotta e la felicità da quelle parti era un fatto raro, proprio come lei.
Il lupo era sorpreso davanti a tanta bellezza perché meschino non era abituato a simili visioni e pensò di trovarsi davanti ad una bambola di plastica con un buco e dei finti capelli. Quella che non aveva potuto comprare perché i soldi non gli bastavano mai ma che voleva a tutti i costi.
Il sole era l’unico spettatore di quella scena. Gli altri abitanti dello stabile erano interrati nei loro bassi bui ed umidi tutti intenti a preparare i pranzi per la loro conservazione mentre la televisione parlava parlava e parlava anche per loro.
Era una mattina di sole e sarebbe stato bello scappare a giocare. La bimba chiese allora alla mamma di uscire sul pianerottolo per un gioco breve e divertente.
Chiuse poi la porta di casa, lasciandosi dietro tutto .
Dal sole si staccò un raggio e sfrecciò verso la terra come fosse una lunga lama tagliente, in direzione della terrazza. Quando il raggio raggiunse l’ottavo piano di quell’edificio maledetto si lanciò sull’uomo come se volesse a tutti i costi fermarlo.
Il sole aveva letto sul libro del destino cosa sarebbe accaduto di li a poco e lo voleva morto.
Ma i raggi del sole non bruciano come la mano dell’uomo quando silente accende cerini e li getta nel vuoto dell’esistenza umana.
L’uomo sfiorò la bimba ma senza delicatezza. Voleva agguantarla come si fa quando si acchiappa una gallina per il macello. La bimba indietreggiò mentre la mano del mostro si allungò per afferrarla.
Quella mano era quasi più grande della sua testolina. La bimba allora spostò la testa nel tentativo di sfuggire alla presa. I riccioli biondi fluttuarono morbidi e delicati intorno al faccino provocando un vento leggero. La morte quando discende rende per un breve momento tutti più belli.
Alla bimba venne spontaneo di chiudere gli occhi quando si accorse che quell’enorme mano stava sopra la sua testa.
Fece come in chiesa, prima di ricevere la benedizione del prete: serrò gli occhi al punto che la realtà per un momento non ebbe più accesso e poi provò anche a pregare.
Farfugliò il nome della mamma incollandolo a quello della madonnina ed in finale uscì fuori un unico nome reso incomprensibile da quello stato di concitazione. Quella parola non sapeva di fede! Sapeva del sapore della paura. Forse fu per questo che nessuno delle due madri, una da un piano più basso, l’altra da un piano molto più alto, rispose alla supplica. Sperò poi che nel riaprire gli occhi tutta quella scena fosse scomparsa per effetto di qualche fatina presente, ma nulla sparì. Tutto rimase com’era facendosi più ostinato, più crudele.
Le scese qualche gocciolina di pipi che sentì calda bagnarle la parte alta delle gambine. Allora involontariamente si guardò sotto. Cosa avrebbe detto la mamma se fosse stata li! Il lupo ne senti l’odore e pensò che quello fosse da parte della bimba un segnale di accoglienza quindi si spinse più avanti.
Allora la bimba saltò sul bordo del terrazzo. Il corrimano era piatto e correva seguendo tutto il perimetro. Da quell’altezza ciò che vedeva le era famigliare. Queste immagini la tranquillizzarono perché seppure lontano riuscì a scorgere un pezzo del balcone di casa con qualche panno steso e dimenticato. Magari di li a poco sarebbe uscita la mamma sul balcone che nel vederla cosi esposta le avrebbe urlato di scendere immediatamente e tornare a casa; in quel caso anche il lupo sarebbe scomparso.
Ma la mamma rimase tappata in casa intenta a cucinare per la sopravvivenza di tutti i suoi famigliari, Fortuna compresa.
La bimba non si chiese quanto fosse pericoloso stare sul quel bordo perché per un secondo, solo per un microsecondo, pensò di aver battuto quel gigante in velocità e le venne spontaneo un piccolo sorriso di soddisfazione.
Il gigante con frasi suadenti tento’ di avvicinarsi mescolando parole dolci ad amare che confusero la bimba. Forse in quella confusione di pensieri e di stati d’animo la bambina pensò di potercela fare a rimanere in equilibrio sul limite estremo del corrimano.
A piccoli balzi spostò il sederino e le gambine all’ indietro; quei balzelli la facevano davvero somigliare ad una bambola di gomma.
Quel gioco l’aveva fatto tante volte. Ormai era diventata brava: si sollevava facendosi leva solo con le braccine. Sollevava cosi il peso del corpo mentre il sederino rimaneva nella comoda posizione di seduto ma sospeso nell’aria.
Questo esercizio soleva farlo durante i giochi con gli amichetti e tutti nel vederla saltellare ridevano. Le dicevano che era brava e che in futuro avrebbe lavorato in un circo. Alla parola circo la bimba rispondeva con un sorriso, un po’ triste, un po’ gioioso. In realtà al circo non c’era mai andata anche perché i circhi, quelli seri, disdegnavano quelle cittadine ritenute troppo povere e malfamate e poi la gente non aveva voglia di andare a vedere gli acrobati perché si ritenevano molto più bravi di loro nel fare i salti mortali per arrivare alla fine mese.
I clown, le diceva la mamma, sono esserini fragili ed hanno tante paure. Proprio come lei. La bimba si divertiva nel vedere l’entusiasmo di chi la guardava e qualche volta a casa si esercitava tutta da sola immaginando di avere intorno a se gli amichetti e mentre giocava a far questi balzelli se la rideva come una pazza! Fortuna era proprio una bambina solare!
Ma questa volta non stava giocando!
Il vuoto la stava per avvolgere completamente con la sua coperta fatta di aria, di vento, di niente.
Il sederino avanzò ancora un pò verso l’esterno spinto da un nuovo balzo all’indietro. Erano le manine a dare la spinta in avanti. Quando le braccine tornarono giù dopo aver dato l’ultimo lancio, cercarono di riafferrare la base dalla quale si erano lanciate, ma non la trovarono più! L’ asse d’equilibrio si era spostato sbilanciandosi nel vuoto.
Per alcuni istanti le manine continuarono a roteare nel tentativo di ritrovarlo e sembravano giocare con una immaginaria bacchetta magica. Sul corrimano rimasero i due piedini: uno con la scarpetta e l’altro no! Le cosce avevano formato una chiusura a libretto con la pancia ed il peso di quest’ insieme la fece scivolare ancora di qualche centimetro verso il vuoto. Tutto durò 8 secondi.
Poi iniziò il volo.
Fu come se il vuoto avesse inghiottito una caramella.
Durante il volo non c’era una nuvola a sostenerla. C’era solo il dannatissimo vuoto. Mentre scivolava giù si trovò alla stessa altezza degli uccellini. Nel vederla passare due rondinelle si fermarono per guardarla stupite. “Cosa sta facendo quell’esserino?” Disse uno di loro cinguettando. “Ci imita!!!” e ridendo per quell’assurda situazione, scapparono via dalla scena.
La bimba vide anche una farfalla che le sembrò stesse facendo girotondo intorno a lei. Forse tentò di acchiapparla con la manina ma noi questo non lo sapremo mai. In quel vano tentativo le venne spontaneo di regalare un altro mezzo sorriso alla farfalla in volo “Vado troppo di corsa! É per questo che non riesco ad afferrarti” pensò. Proprio come le diceva la mamma “non correre o ti fracasserai un ginocchio”.
Passò in fretta davanti al balcone di casa. C’era steso sul filo un suo paio di piccolissime slip che si riscaldavano al sole. Le riconobbe! Sopra c’era stampato un pulcino tutto giallo. Le avrebbe salutate se ci fosse stato il tempo. Ma andava troppo di fretta. Tentò anche di guardare se il lupo la stava raggiungendo. Non c’era più dietro di lei! Lo aveva seminato. Evviva! Aveva vinto un’ altra volta e questo la tranquillizzò. Accennò un altro piccolissimo sorriso.
Allora allargò le braccine nel tentativo di copiare un passerotto di passaggio. “Se mi vedesse mamma forse sarebbe contenta di vedere come volo“
Non fece in tempo a dire il finale di quel tempo infinito perchè il tempo si era coniugato in un presente del verbo essere finito, tronco, spezzato, tagliato! Poi un tonfo sordo.
L’ omertà nel suo quotidiano silenzio si frantumò.
La bimba si era trasformata in una bambola di porcellana fatta di tanti piccolissimi pezzettini che giacevano sull’asfalto grigio. Un piedino senza una scarpa. Un ricciolo biondo macchiato di sangue si manteneva eretto come fosse una piccola bandiera: la bandiera delle bambine, innalzata in memoria delle tante vittime di pedofollia o pedofilia.
Ma c’era anche altro! Aveva vinto in quel gioco. Le braccine erano aperte sull’asfalto perchè era caduta nel tentativo di un volo.
A poco a poco l’asfalto si colorò di tinte rossastre. Prima chiare poi sempre più scure. Anche da morta era sempre una bambina bellissima come le bambole di porcellana e si chiamava Fortuna.
Scusatemi lettori ma non riesco a descrivere questa scena in altro modo. Vorrei che fosse stato il vento a travolgerla oppure il crollo improvviso di quel piano! Ho sperato fino all’ultimo che fosse successo per un incidente avvenuto per caso. Sono troppo debole, coinvolta! La mia penna si blocca ed i pensieri vanno altrove, fantasia dammi soccorso! Non lasciarmi in questa cruda realtà.
Sono l’ autore e devo continuare a scrivere. Ma non sono l’autore di quel gesto. Non lo posso incarnare. Non lo posso descrivere. Perchè penna sei solo penna? Vorrei che tu fossi un pugnale per conficcare la tua punta sul suo cuore. Se sconfiggerlo con la forza delle parole non basterà io sarò condannata ad essere quella bambina….. per sempre!
Non so se ce la farò….ora chiudo gli occhi, lascio che la penna esegua il suo lavoro ed io provo a raccontare……la realtà…
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Laura si che sa trascinare il lettore! Veramente commovente e tagliente nella descrizione delle scene.Sembrava di essere li, inermi e impotenti di fronte a tutta quella folle crudeltà. Bellissima la parte finale!